La Macchina: Deleuze e Tyler Durden

Vorrei mettere assieme nella stessa stanza Deleuze e Tyler Durden. Secondo me, avrebbero parecchio da dirsi.
Il filosofo francese dedica un libro all’opera di Kafka, al quale riconosce la capacità di raccontare quanto estese ed insuperabili siano le maglie della Macchina, il meccanismo che soggioga gli individui alla società disciplinare, burocratizzata.
Speculare alla catena di montaggio, ma funzionante ben oltre i muri grigi delle fabbriche, la Macchina si avvale della scansione nevrotica del tempo, della ripetizione disumanizzante, e di tutti i dispositivi nati per controllare pensiero e azione. La Macchina non si arresta mai, spiega Deleuze. Agisce negli attimi che separano le ore di lavoro già fatte da quelle in arrivo; si annida nei momenti passati in famiglia; nelle ore d’amore; nei sogni; nel risveglio senza voglia che precede il nuovo giorno, nel quale la Macchina continua a scavare quel budello oscuro che si snoda nelle viscere dell’individuo ingranaggio, ingoiandolo.
Queste non sono sciocchezze, ma l’invisibile che ci trafora e ci fotte.
Non si sfugge alla macchina, dice Deleuze.
Tyler Durden invece ci prova, sostituendosi al suo creatore, quell’impiegato senza nome che Chuck Palahniuk elegge a protagonista del suo Fight Club.
Il potere della Macchina è così soverchiante che la volontà di potenza, frustrata dalla società dei consumi, si dimena nel pallido e insonne impiegato, trovando come unica via d’uscita la sembianza deforme di una seconda personalità: il superuomo dal nome cazzuto, determinato e pieno di talento, che l’impiegato non ha il coraggio di diventare.
Nel paradosso raccontato da Palahniuk , l’oasi di salvezza del protagonista è la psicosi; il disturbo dissociativo dell’identità è l’unico mezzo per superare una condizione di morte in vita. La pazzia serve all’impiegato anonimo per ritrovare se stesso nel nome di Tyler Durden, a cui però non bastano gli atti sovversivi come pisciare nel brodo servito in un ristorante a cinque stelle, e vendere sapone prodotto con grasso rubato delle liposuzioni.
La Macchina va distrutta.
Per Tyler è necessario l’uso della forza, della violenza, con la quale inizialmente risveglia i propri sensi narcotizzati, facendo lo stesso con chi entra nel Fight Club. Per lui esiste un’unica via di salvezza: distruggere la società della catena di montaggio.

Ma Fight Club è solo una storia.

«On n’èchappe pas de la machine».

Testo di Michele Lamonaca

Riproduzione riservata

Sintonizzati con l’Universo

Dall’autostereo venne fuori una canzone dei Tears For Fears. La musica portò con se un’atmosfera suadente, ma irrisolta, senza acuti. Matteo immaginò la parola noia, il colore grigio, fumo di sigaretta, luci soffuse, un salotto ben arredato, e una bottiglia di superalcolico poggiata sul tavolo. La disillusione affettata del pop d’autore anni ’80, che all’epoca lo allontanò dal genere, gli piombò addosso nell’oscurità di un giorno come gli altri, quando il rosso del semaforo arrestò la sua corsa. Sorrise amaramente. “Ho vissuto senza slanci. In maniera comoda, senza una sola scelta coraggiosa”. Provò una desolante corrispondenza tra quelle note, quelle parole appena sussurrate che non comprendeva, e la sua esistenza smarrita, priva di senso. Matteo la pensava così, da quando, circa un mese prima, le circostanze gli fecero conoscere Alberto.
Chiuso nella sua auto, Matteo lo rivide materializzare i posti visitati in sedici anni di viaggi, sbracciandosi col suo berretto da rapper, sistemato di traverso, in casa di amici, al centro della stanza, mentre tutti lo ascoltavano intensamente, sprofondati su poltrone e divani.
A soli 34 anni Alberto aveva toccato i cinque continenti, lavorando come cuoco sulle navi da crociera e nelle cucine a cinque stelle delle grandi compagnie alberghiere. Per quel ragazzo vivere sei mesi in Nuova Zelanda o a Tangeri era la normalità. Così, ascoltando i suoi racconti, Matteo provò una tale ammirazione per quel ragazzo da lasciarlo senza fiato.
A un certo punto della serata Alberto spiegò con orgoglio, che sempre, nel suo girovagare attorno al mondo, era riuscito a trovare una sistemazione senza sborsare un soldo. Ne faceva una questione di principio. «Io non pago nessuno. Quando arrivo in un posto nuovo tengo gli occhi aperti, mi guardo attorno, e occupo. Ho vissuto in scuole dismesse, case disabitate, e anche in un ex caserma dell’esercito».
Matteo rimase incantato, quelle parole sprigionarono un profumo inebriante di libertà, ribellione e autodeterminazione, che aspirò profondamente. Il ragazzo, che fino a quel momento aveva già incarnato il suo ideale di viaggiatore e uomo libero, con quella rivelazione si elevò al rango di guida spirituale.
Matteo approfittò di ogni pausa, di ogni interstizio nella discussione per rivolgergli tutte le domande che gli passavano per la testa, facendo bene attenzione a non apparire in qualche modo invadente, se non addirittura morboso. E alla fine, sognando ad occhi aperti, chiese:«per fare il tuo lavoro da dove si comincia?».
Fu allora che accadde una cosa misteriosa. Alberto smise di sorridere, come aveva fatto per tutta la sera, si fece serio, e puntò lo sguardo nel vuoto come in preda a una visione.  «Per cominciare respira…rilassati…devi entrare in sintonia con l’universo», disse il ragazzo, con un altro timbro di voce, che sembrava appartenere ad un altro Alberto, a una parte nascosta di lui. Matteo rimase folgorato dalla verità di quelle parole, che risplendeva come l’oro. Si sentì toccare nella parte più profonda e nascosta del suo essere. Le tensioni, le preoccupazioni e le paure che lo accompagnavano durante il giorno gli scivolarono addosso cadendo al suolo, come lo sporco lavato via dall’acqua. Si sentì leggero, sicuro, pulito.
Intanto Alberto era tornato quello di prima, e si era messo a raccontare la storia della sua vita lavorativa, con la voce sorridente e lo sguardo vigile.
Matteo invece era in preda ad un pensiero, che per quanto gli apparisse folle, sentiva essere la verità. In quei pochi secondi Alberto si era tramutato davvero nel suo spirito guida. Si era fatto sciamano. E il messaggio del ragazzo era rivolto a lui solo, alla sua parte più intima, perché attecchì subito nel suo animo, come una pianta robusta nel terreno.
Da quel momento si sentì cambiato, e nei giorni successivi, quando il grigiore delle giornate incupiva l’orizzonte, per scacciarlo via riascoltava le parole di Alberto.
Grazie a quell’esercizio riusciva a sentirsi subito meglio, come quella sera, riacquistando la convinzione d’aver diritto come ogni altro uomo alla libertà di essere. “Senza pensieri di merda per la testa”. Poi col tempo, un giorno alla volta, la quotidianità opprimente riprese il sopravvento. Quando al semaforo scattò il verde, cercò le parole di Alberto, ma furono soffocate dalla cupa solitudine evocata dai Tears fo Fears, che neutralizzò il loro effetto salvifico.
Arrivato al solito bivio, sintonizzò la radio, e il pop britannico lasciò posto alla sensualità di un blues. “Le parole, da sole, non bastano, serve l’azione”. L’energia delle note divenne la sua, scelse di non imboccare la strada di casa. Scelse l’altra, che continuò ad allargarsi, dissolvendo i caseggiati e la gente, fino a quando rimase solo, in viaggio.

 

#4Gennaio, le immagini traforano il cervello

Guardo la tavola di legno larga cinquanta centimetri, che funge da gamba per la vecchia scrivania. Gli altri, invece, continuano la discussione alla quale stavo partecipando anch’io, fino a qualche minuto prima. Ma adesso tutto quello che m’importa è dare finalmente un senso ai due adesivi che stanno in mezzo a tutti gli altri, appiccicati sulla tavola in un colorato disordine adolescenziale, e che pure mi appaiono estranei al discorso generale sull’impegno civile delle altre figure e degli altri slogan.  Sono mesi che quei due adesivi mi fissano, mentre io li osservo distrattamente, ogni volta che gli occhi impigriti dal pallore della luce artificiale cadono sulla gamba della vecchia scrivania, ma intanto subisco passivamente la loro funzione simbolica impressa su banalissimi fogli di vinile adesivo. E’ arrivato il momento di reagire. Questa sera non accetto che un segno di cui non ho preso coscienza, continui ad influenzare la mia psiche in modo subliminale.

Sul primo adesivo, un serpente bianco, in campo verde, si attorciglia a formare un 8, così che la bocca tocchi la coda. Sull’altro, stampata in rosso, campeggia la parola Baba, e sotto siede la silhouette scura di una dea indiana. Dev’essere per forza indiana perché è seduta nella posizione del loto, ha quattro braccia, e peduncoli che sbucano dalla testa, che credo siano proboscidi d’elefante. Sul serpente, adesso che lo guardo con attenzione, non ho dubbi e mi chiedo come abbia fatto a non accorgermi prima che si tratta di un Uroboro.
Gli occidentali lo raffigurano da millenni. L’8 è l’Infinito, e il mangiarsi la coda rappresenta la sua ciclicità. Invece sono a digiuno in fatto di divinità indù.

Così, nel sottofondo delle voci che si alternano, si accavallano, si spezzano e poi riprendono – i miei amici stanno discutendo allegramente di chissà cosa – realizzo che è necessaria una ricerca in Rete. Google mi offre un’infinità di esempi, ma ci sono grossissime probabilità che si tratti di Ganesha. E qui mi correggo. E’ un maschio e non una femmina. L’immagine che mi pare avvicinarsi tantissimo a quella dell’adesivo ha cinque teste di elefante, tutte uguali, ma quattro mostrano solo il profilo stretto, con altrettante proboscidi che sporgono lateralmente. Leggo che le cinque teste della divinità appartengono a una delle sue forme chiamata Heramba Kanapati Ganesh. I conti delle proboscidi tornano, e torna anche il confronto fatto a occhio, dettaglio per dettaglio, della sua sagoma con quella dell’adesivo. Ganescha, in quanto divinità, si occupa di parecchie cose. Leggo ancora che è “Colui che rimuove gli ostacoli”, il “Signore degli Inizi” o “Signore degli Ostacoli”, e che in generale riveste il ruolo di patrono delle arti e delle scienze, e di divinità dell’intelletto e della saggezza. Soddisfatto rialzo la testa. Ho fatto chiarezza e rimosso l’ostacolo. Il mio intelletto è salvo. Le immagini sono ambigue per loro natura, e se le mandi giù come popcorn ti traforano il cervello. Gli amici invece stanno ancora parlando, ignari del mio sforzo cognitivo.

Testo di Michele Lamonaca

Riproduzione riservata 

 

 

#3Gennaio, dal rizoma a Frans Hals

Nello studio del mio amico pittore c’è un nuovo lavoro: il ritratto di un ragazzino di dieci anni, con due occhiaie da malaticcio, e il panama dell’artista sul capo. Sembra un contadinello dell’800 in giacca a vento. Rimango a fissarlo. Poi mi guardo attorno, e mi accorgo con stupore che ha qualcosa di diverso da tutti gli altri dipinti, che riempiono la pareti del laboratorio come in un museo. Chiedo all’autore se sbaglio o se invece ci ho azzeccato. L’artista conferma: sta cercando nuove strade. Quel ritratto – mi spiega – ha una differente dinamicità della pennellata. Allora lo riguardo per capire meglio: la gestualità con cui ha spalmato il colore riempie la tela di curve e semicerchi che sembrano muoversi costantemente. Sono il riverbero perpetuo di un sasso lanciato nell’acqua.
Ho l’impressione che la realtà di quel ritratto sia composta da infiniti piani. Che dentro quel mondo ci siano infinite possibilità. Allora penso a Deleuze e ai suoi Millepiani, alle molteplicità rizomatiche, e la cosa mi mette di buon umore. Intanto l’autore mi spiega che il suo esperimento potrebbe essere accostato al lavoro di Frans Hals, che io non conosco.
Poi, senza che glie lo chieda, sfila dalla sua libreria un volume dedicato al pittore olandese. Ormai, grazie alle nostre chiacchierate, alle ore passate nel suo studio con me che lo guardo mentre lavora tra una sigaretta e una tazzina di caffè, ho imparato a capire un po’ meglio la pittura, perché le informazioni ricavate studiando i libri di storia dell’arte da sole non bastano.
Così comincio a sfogliare il volume e mi rendo conto che Hals è l’ennesimo pittore olandese mostruosamente bravo. Tra le riproduzioni dei suoi lavori più importanti il mio amico si sofferma sul particolare di un ritratto: una mano stilizzata, come faranno le avanguardie, a distanza di più di duecento anni dalla sua morte. Io e il mio amico conveniamo all’unisono su una cosa: nell’arte è già stato inventato tutto. Ed è davvero complicato costruire qualcosa di nuovo.

Testo di Michele Lamonaca

Riproduzione riservata

#2Gennaio, Gummo disturbante e incanto TarafdeHaidouks

Addosso ho ancora il senso di fastidio procuratomi dal film. Mi sento preso in giro, manipolato. Le sequenze di Gummo procedono mischiando lo stile cinematografico a quello documentaristico. Il regista rende impossibile per lo spettatore comprendere dove finisce la finzione e comincia la realtà. La telecamera segue i personaggi nelle loro azioni, facendosi voce narrante, per poi guardarli dritti negli occhi, mentre si raccontano in posa.
Per rendere più credibile l’inganno il regista Harmony Korine ci infila riprese fatte con una telecamerina da principianti, buona per i compleanni e le gite fuori porta. Come se non bastasse, la parte filmica contiene due stili differenti, quello della narrazione tradizionale, e quello dei quadri in successione di cui i nostri Antonioni e Ferreri sono stati maestri. Troppe idee nessuna idea.

Mentre ripenso a Gummo qualcuno infila la chiavetta nel lettore e fa partire un video: il concerto dei Taraf de Haidouks. Mai sentiti prima. Sono un gruppo rumeno di musica tzigana: violini, fisarmoniche, e xilofoni balcanici. Giovani e anziani, ognuno di loro canta una strofa della stessa canzone con il proprio stile. E anche se non capisco un cazzo di quello che dicono, è tutto bellissimo. Sono maledettamente espressivi ed insospettatamente intonati. Che incanto: mi sembra di intuire le emozioni e i sentimenti raccontati in quella lingua arabeggiante. Mi fanno venire in mente il discorso di Carmelo Bene sul significante, e la sua dedizione al suono. La loro idea di musica è così semplice e vera, senza inganni, eppure così piena di passione e trasporto, che la pretenziosità intellettualoide di Gummo si abbassa di volume.

La volontà di confondere lo spettatore è la cosa che più mi ha disturbato. Più della storia raccontata da Harmony; più della comunità perduta di Xenia, cittadina dell’Ohio, dove tempo addietro un tornado ha seminato morte e distruzione. Tra ignoranza e disagio sociale, gli adulti sono incapaci di guidare i giovani, che prigionieri di un contesto disturbato, conducono un’esistenza alienante. Come Tummler e Solomon, che danno la caccia ai gatti randagi, per poi rivenderli ai ristoranti cinesi, in modo da racimolare il denaro sufficiente per sniffare colla e andare a letto con una giovane prostituta down. L’umanità che abita la periferia del paese più ricco al mondo è disumanizzata come quella che sopravvive nei sobborghi delle metropoli sudamericane e africane.

E’ vero, le circostanze e i fatti raccontati nel film sono talmente surreali e grotteschi da risultare visivamente potenti. Mi ricordano America Oggi e il realismo visionario dei racconti di Carver, infatti continuo a ripensarci. Su tutti il ragazzino silenzioso, che si aggira a torso nudo per le strade della città con uno strano copricapo: un paio di orecchie da coniglio di stoffa rosa. E’ lui l’immagine iconica del mondo assurdo di Xenia. Ma alla fine, sui titoli di coda, ho avuto la netta sensazione che Harmony abbia perso il controllo della sua opera.

Testo di Michele Lamonaca

Riproduzione riservata 

Tanka, haiku e senryu: impressioni di un Settembre

Tre melograni
stanno lì a marcire,
cadranno presto. 
E tra dodici mesi
tornerò a trovarli.

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Sul vecchio muro
samurai senza spada,
nobile macchia.
Monta una nuvola,
impugna l'aria.


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Fuori le ombre
di lenzuola al vento,
danzano per me


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Ti sei bruciato
il cervello amico,
addio computer


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Libri su libri
idee su idee,
il foglio bianco


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Poi la natura
risplende e sussulta,
ogni settembre
Testi di Michele Lamonaca
Riproduzione riservata 

Haiku, immagini e social

Girando in Rete, su Facebook e Twitter, mi sono accorto che gli haiku subiscono l’oltraggio del corredo fotografico, con un deprimente effetto didascalico. Lo impone l’uso compulsivo dell’immagine, inoculato dalla tecnologia digitale nei nostri cervelli impigriti, da cui discende la regola del buon post: le parole non bastano più, bisogna attrarre l’attenzione del lettore con una bella foto.

Niente di più efficace per tradire la  filosofia degli haiku e della poesia tutta. La forma di componimento nata in Giappone, in virtù delle sue regole stringenti, mira a sfidare, stimolare e smuovere non solo l’immaginazione dell’autore, ma anche e soprattutto quella del lettore, a cui, nonostante la precisione descrittiva ricercata dal poeta, viene lasciata ampia libertà visualizzante, trattandosi di un testo di soli tre versi e diciassette sillabe, che racconta in modo sintetico, fulmineo, una scena catturata da scrive con i cinque sensi mentre osserva la Natura.

Attualizzata, la filosofia che sottende all’Haiku sembra dirci: che sia l’uomo, – senza ricorrere alle immagini, ma riscoprendo il potere evocativo della parola – a sforzare la sua immaginazione per ricreare in maniere vivida, nella sua mente, la suggestione colta dal poeta. E allora, che il respetto della poesia diventi una pratica in grado di rieducarci, poiché ognuno di noi, volente o nolente, in misura più o meno variabile, maltratta l’ambiente di cui non è padrone ma parte integrante. La società connessa sta vivendo un paradosso grande quanto il famoso Generale Grant, albero di dimensioni titaniche, che vive nella Sierra Nevada. In Rete la Natura viene invocata e reclamizzata con miliardi di foto, ma le persone comprendono sempre meno cosa significa starci dentro e rispettarla, perché sostano sempre più a lungo davanti agli schermi dei loro dispositivi in condizioni alienanti.

Rispettiamo la filosofia Haiku sui social. Trasformiamola in un mezzo di riavvicinamento alla bellezza del creato.

Testo di Michele Lamonaca

Riproduzione riservata

Haiku e Senryu, Primi di Settembre

Il mare frigge,
sul braccio gli anziani
vanno a polpi

Prugne, ciclone
vortici di nuvole
doppio arcobaleno

Brezza dall’azzurro
di fresco bagnoschiuma,
tra gli ombrelloni

E’ notte e piove –
un bagliore arancione
boato di guerra

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E’ una pazzia,
pensare di scrivere
le storie degli altri

Mi somigli,
flacone in bilico
sul rasoio

Testi di Michele Lamonaca 

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Sartre, la Nausea degli uomini soli

SartreScrive la Nausea a 27 anni. Siamo nel 1932 e il giovane Jean-Paul Sartre, dopo essersi laureato in filosofia alla Normale di Parigi, ha già compreso che la scrittura sarà il suo destino. Per compierlo si lancia nella realizzazione del primo romanzo. Tappa fondamentale della sua lunga e prestigiosa carriera, che servirà a mettere in ordine le idee maturate sulla vita fino a quel momento. Come ha spiegato egli stesso, la Nausea è la versione letteraria della sua teoria dell’uomo solo. Categoria a cui sente di appartenere, quale individuo che non trova alcun legame tra la propria esistenza e la società in cui vive. Privo di opinioni politiche, è naturalmente predisposto alla solitudine e alla Melancholia. Titolo originario del romanzo, cambiato su pressione della casa editrice, per renderlo più appetibile al pubblico.

Gran parte del libro è un attacco feroce e deliberato alla borghesia, che Sartre ha sempre odiato. A questo ci aggiunge la rappresentazione della Nausea, iperbole del Nichilismo passivo. Le due cose messe assieme ne fanno un romanzo filosofico. Pietra fondante dell’Esistenzialismo del Novecento. Opera scritta con straordinaria perizia e inventiva, per penetrare il mistero dell’esistenza con l’ausilio della letteratura.

La Nausea è un sentimento disturbante. Provoca giramenti di testa e conati di vomito. E’ lo stato di malessere che segue gli eccessi di lucidità in cui il protagonista della storia percepisce distintamente l’assurdità dell’esistenza. Parliamo di Antonio Roquentin, un personaggio al limite, e per questo indimenticabile. Un disadattato la cui avversione al senso comune tende alla psicosi. E che nelle pagine del suo diario parla e racconta in prima persona con un’irripetibile forza immedesimante. Continua a leggere

Accattone, idealizzazione poetica della società preborghese

Scovare e immortalare la bellezza nascosta dove l’uomo medio vedrebbe solo miseria e abbandono. Idealizzare con le immagini la purezza preborghese del sottoproletariato. Sono questi gli obiettivi che ispirano Pasolini per tutta la durata del suo film d’esordio.

Il film 

Nel 1961 Pasolini è già uno scrittore affermato a livello internazionale. Ma con Accattone si rimette in gioco, dimostrando la sua versatilità artistica. Posizionarsi dietro la cinepresa senza possedere alcuna tecnica specialistica può sembrare un azzardo. Eppure la sua estraneità al mezzo gli consente di utilizzarlo in modo innovativo. Ciò che colpisce di Pasolini nel suo primo film è la capacità di trovare da subito una personale grammatica dell’immagine cinematografica, utilizzando le conoscenze acquisite frequentando altre arti. Continua a leggere